The Virtual Vigil: If something doesn’t have a name, does it really exist?


I grew up in a place where catcalling exists daily, yet ironically, the Italian language doesn’t have an actual name for it. Some call it “whistling”, some might call it “shouting compliments to strangers”, I call it “harassment”. But the problem is, I didn’t think this was harassment when I was younger.


I always thought of myself as a strong woman. The kind of woman who didn’t need male validation to feel good. But I must be truthful (and above all else, I own this truth to my younger self) - I wasn’t always like this.

You see, I’m a robust woman, I have curves in all the “right places” but also in all the “wrong places”, and growing up as a girl in a patriarchal society, this meant one simple thing: you will be sexualised no matter how you are or what you do. I was made to believe that being looked at, catcalled and sexualised was good. That this meant you were good looking and you were succeeding as a woman.

Just imagine what this does to a young teenager who’s a little heavier, wears glasses and braces and is literally not looked at by boys her age. It makes you question your worth, it makes you wish boys would comment on your non-existent bum, it makes you settle for any attention guys are willing to give you. Worst of all, it makes you question the innate solidarity you feel towards fellow women who are being targeted more than you and it can even make you jealous.

I’m not ashamed to say I was quite naive at 14, 15 or even 17. As I bloomed in my feminism later in my teenage years, I eventually grew out of it. I had my heart broken a couple of times, I took less space, I took more space, I met incredible women, I learnt from the women in my life and, most of all, I removed male validation from the equation that makes up my worth. To my younger self, I would probably say this:

“Appreciate the soft legs that will carry you through life, caress the big arms that will support you and other people when you’ll need it the most. You don’t need to take up less space because someone wants you to and, most importantly, fight with teeth and nails for everyone who can’t fight.”

My main question though is left unanswered. In a culture where we can’t bring ourselves to even create an appropriate term for catcalling, does catcalling even exist? It certainly does for the receiving end, but does the perpetrator feel enabled to continue if their crime doesn’t even have a name they recognise?

Italian translation:



Se qualcosa non ha un nome, possiamo dire che esista davvero?

Sono cresciuta in un paese dove il “catcalling” esiste da sempre ma, ironicamente, la lingua italiana non prevede un vero nome per questo reato, semplicemente adottiamo la versione inglese. Qualcuno lo chiama “fischiare”, altri lo possono chiamare “urlare complimenti ad estranei”, io lo chiamo “molestia”. Ma il problema è che non credevo fosse una molestia quando ero più piccola.

Sono sempre stata convinta di essere una donna forte. Il tipo di donna che non aveva bisogno di approvazione maschile per sentirsi bene. Ma devo anche essere sincera. Più di ogni altra cosa, lo devo all’Asia di quando ero più piccola. Non sono sempre stata così.

Sapete, io sono quella che si definisce una donna robusta. Ho curve in tutti i punti giusti, ma anche in tutti quelli “sbagliati”, e crescere in una società dettata dal patriarcato vuole dire una sola cosa: non importa cosa farai o chi sarai, verrai sempre resa oggetto sessuale. Ma la cosa peggiore è che ci sia stato fatto credere che essere osservata, chiamata per strada o sessualizzata fosse una buona cosa. Che questo volesse dire essere bella e un qualcosa a cui le donne dovessero aspirare.

Provate solo ad immaginare cosa questo potesse significare per una ragazzina sovrappeso, che indossa gli occhiali e l’apparecchio ai denti, e che i ragazzini della sua età non guardavano nemmeno di striscio. Ti fai domande sul tuo valore personale, ti fa sperare che i ragazzini commentino sul tuo fondoschiena non esistente, e ti fa accontentare di qualsiasi attenzione il genere maschile sia disposti a darti. Peggio ancora, ti fa mettere in dubbio l’innata solidarietà che senti verso le altre donne che sono vittime di queste molestie, e ti fa pure sentire gelosa delle attenzioni da loro ricevute.

Non mi vergogno di dire che fossi molto ingenua a 14, 15 o anche 17 anni. Ho sviluppato il mio femminismo tardi nella mia adolescenza, ma ci sono arrivata. Mi si è spezzato il cuore un paio di volte, ho occupato meno spazio, ho occupato più spazio, ho conosciuto donne incredibili, ho imparato da tutte le donne nella mia vita e, più di tutto, ho rimosso l’approvazione maschile dall’equazione che crea il mio essere donna. Alla me più giovane se potessi le direi:



“Apprezza le gambe morbide che ti porteranno in giro nella vita, accarezza le tue braccia grandi che supporteranno te e altre persone quando ne avrete più bisogno. Non hai bisogno di renderti più piccola perché qualcun altro lo richiede e, soprattutto, combatti con i denti e con le unghie per tutti quelli che non possono farlo.”

La mia domanda però rimane senza risposta. In una cultura che non riesce nemmeno a creare un termine giusto per il catcalling, il catcalling esiste davvero? Esiste certamente per chi lo subisce, ma chi lo causa, si sente forse autorizzato a continuare se il crimine che sta commettendo non ha nemmeno un nome che loro possono riconoscere?




Asia Pappalardo / @calypso.y

'The Virtual Vigil' is a series of perspectives, emotions and poems written in response to the current political climate. As a feminist art collective we want to use our space to empower the voices of those affected by gender based violence. In doing so, we hope to challenge existing narratives and teach men that they have a collective responsibility to speak up and call out inappropriate and violent behaviours. If you would like to take part in our virtual vigil, please feel welcome to email us at submissions@cherrygalz.org



Images by Emily Mort.